
Si discute molto, in questi giorni di caos delle liste, se si deve privilegiare la forma o la sostanza. E se ne leggono di tutti i colori. Ma dal combinato disposto di episodi gravi come l'esclusione di fatto del centrodestra dalle elezioni in Lazio e in Lombardia
e di alcuni meno dirompenti - ma ugualmente significativi - come l'ammissione in Piemonte di due grottesche liste di disturbo contro Cota, emerge un verdetto difficilmente contestabile: cioe' che il formalismo declinato in modo talebano diventa sostanza politica. Se negli anni passati i tribunali e le corti d'appello avessero usato lo stesso implacabile rigorismo applicato oggi contro il centrodestra, probabilmente molte elezioni non sarebbero state neppure celebrate.
I radicali gongolano, ma ogni sincero democratico non puo' che essere preoccupato di fronte a una situazione che ormai puo' essere configurata come una vera e propria emergenza democratica. Quello che si pone, in effetti, e' un problema politico e democratico di carattere nazionale, dal momento che la scelta dei cittadini di Lombardia e Lazio, circa un quarto degli italiani, verrebbe evidentemente alterata in modo sostanziale se l’intero centrodestra risultasse escluso dalla competizione. Sembra essersene reso conto anche Bersani, quando commentando le decisioni delle Corti d’Appello di Milano e di Roma ha detto di non auspicare “avvenimenti che possano turbare la fisiologia del voto”. Eppure, la “fisiologia del voto”, a neanche un mese dalle elezioni, pare già drammaticamente compromessa.
Se in un primo momento la Lega era rimasta alla finestra, rimarcando gli errori e il pressappochismo dei “dilettanti allo sbaraglio” del PdL di Roma, l’esclusione in Lombardia ha completamente modificato il quadro, e ora Calderoli parla di “risposta politica ai furbi che cercano le vittorie a tavolino”. La pistola fumante, piu' che in Lazio o in Lombardia, la si trova in Piemonte, dove come si e' detto e' stata ammessa una lista chiaramente di disturbo, come la “Lista Cota”, che nulla ha a che fare con il candidato del centrodestra alla presidenza. Sono ormai troppi gli indizi se non di un complotto di cui non c'e' alcuna prova, almeno di una "tendenza" che anima i solerti depositari della cavillocrazia, e che va in un'unica direzione. I
nsomma, è sempre più evidente che la battaglia di legalità dei radicali sta riportando successi troppo selettivi. Come mai, se l’illegalità nelle procedure di raccolta e autenticazione delle firme a sostegno delle liste è così sistematica e generalizzata come denunciano i radicali, tanto da parlare di elezioni “non democratiche”, per ora sono stati esclusi solo i “listini” di Formigoni in Lombardia e Polverini nel Lazio? Forse perché i radicali non hanno presentato denunce nelle altre regioni; o perché sono gli unici casi di irregolarità, mentre altrove tutti sono riusciti a presentare regolarmente le proprie liste; o perché le Corti d’Appello di Milano e Roma hanno avuto uno scrupolo maggiore nei controlli, rispetto ad altre regioni? La lista radicale, ad esempio, che era stata in un primo momento esclusa in Toscana, e' stata poi riammessa.
Troppa discrezionalita', troppa difformita' di giudizio non rendono un buon servizio alla democrazia. Cosi' come non la rendono i pm che fanno un uso distorto dell'obbligatorieta' dell'azione penale, cosi' come non lo fecero i magistrati di Tangentopoli che indagarono a senso unico salvando una sola parte politica. Cosa che, guarda caso, sta accadendo anche per Listopoli, dove il rigorismo formale viene usato per cancellare il centrodestra e falsare le elezioni. E per questo diventa un inequivocabile caso politico.