Abbiamo garantito il diritto di voto

La sinistra che aveva giurato di “non voler vincere a tavolino” ora si straccia le vesti e protesta contro il governo e contro il Capo dello Stato che proprio questo hanno evitato: elezioni – sarebbero state le prime del dopoguerra – con vittoria assegnata a tavolino. L’antitesi, la negazione della democrazia.

Questo è il contenuto e il senso del decreto interpretativo emesso venerdì sera dal Consiglio dei ministri e prontamente firmato dal presidente della Repubblica, che ne ha riconosciuto i requisiti di costituzionalità e urgenza. Non è una sanatoria, non è lo spostamento della data delle elezioni, non è insomma un’innovazione legislativa: è l’interpretazione autentica del regolamento di ammissione delle liste elettorali, indirizzato agli organi di giustizia civile e amministrativa ai quali – esattamente come adesso – spetta l’ultima parola.

Lo spirito del decreto trae spunto dalle norme già in vigore, che non vengono modificate ma solo rafforzate e precisate. In sostanza.

•    La presentazione delle liste serve ad attestare l’intenzione di un partito a prendere parte direttamente alle elezioni;

•    Le firme che accompagnano le liste servono a testimoniare la consistenza sul territorio del partito stesso.

Il decreto interpreta la legge specificando che è necessaria e sufficiente la presenza negli orari stabiliti dei rappresentanti di lista per attestare la volontà di partecipare alle elezioni. E quanto alle firme, una volta presentate le liste, prevede 24 ore di tempo per correggere eventuali irregolarità formali.
In altri termini, sancisce che “il diritto dell’elettorato attivo e passivo deve essere preminente rispetto alle formalità”.

•    Ciò che il governo ha fatto, e Napolitano ha sancito, non è una legge “ad listam”, ma un provvedimento nell’interesse della democrazia nel suo momento più alto, cioè il diritto universale al voto.

Diritto che deve prevalere sui formalismi, pur riconoscendo agli organi giudiziari il diritto di verifica sia della presentazione delle liste sia della effettiva congruità delle liste stesse. Ciò che viene impedito è un uso distorsivo e, appunto, politico, di questi controlli.
Non si può negare ad un presidente di regione che ne abbia diritto e volontà di ricandidarsi. Non si può negare ad un grande partito (in questo caso il primo partito d’Italia e di governo; ma sarebbe stato lo stesso se si fosse trattato dell’opposizione) la effettiva “consistenza” territoriale e politica. Non si può soprattutto negare agli elettori in diritto di voto.

Tutto questo è l’abc non della politica, ma della democrazia. E non cessa di stupire che l’opposizione insorga contro principi che dovrebbero esserle cari. Dopo aver detto di non voler vincere a tavolino. Forse mentiva, aveva accarezzato il sogno di una comoda vittoria per mancanza di avversario nelle due maggiori regioni italiane?
In ogni parte del mondo il voto è sacro. Lo è tanto più dove si sono combattute guerre e rivoluzioni per ottenerlo, e per garantirlo a tutti, alleati e avversari politici. Lo vediamo proprio in queste ore nell’Iraq. La sinistra, che si richiama costantemente alla Costituzione, ha dimenticato questo elementare principio?
Ma ci sono un altro paio di cose che vanno ricordate. In Lombardia il Tar ha riammesso il listino di Roberto Formigoni – che comprende la ricandidatura di Formigoni stesso – senza utilizzare il decreto del governo. Ha semplicemente ribaltato il giudizio del Tribunale civile e poi della Corte d’Appello. E lo ha fatto riconoscendo sia gli errori di Tribunale e Corte d’Appello, sia stabilendo che non si può escludere una parte per il ricorso della parte avversa.
Il Tar lombardo ha affermato un principio molto importante prima ancora che il decreto del governo diventasse operativo. Qualcuno di quelli che oggi protestano ha riflettuto sulla portata e le implicazioni di tali decisioni?

Stessa cosa è accaduto con la riammissione del listino di Renata Polverini, anche in questo caso prima della promulgazione del decreto. Dunque di che cosa sta parlando l’opposizione? Non si rende conto che proprio anche in virtù di questi precedenti – ma sarebbe più giusto definirli eventi concomitanti, il decreto era urgente e necessario?
Nell’immediato, l’episodio sul quale agisce il decreto interpretativo è sulla partecipazione delle liste del Popolo della Liberta nella provincia di Roma nelle Regionali del Lazio. Stabilendo che la volontà di presentazione è attestata dalla presenza dei presentatori negli uffici elettorali all’orario stabilito, non fa altro che restituire a milioni di cittadini il diritto di voto in base ad un criterio di sostanza e non di forma.
Ma il decreto del governo fornisce un’interpretazione per l’ammissione delle liste elettorali utile anche per altri casi, e per il futuro. A cominciare dall’opposizione. In quanti casi i radicali hanno fatto scioperi della fame e della sete perché non avevano le firme necessarie, e chiedevano che qualcuno gliele fornisse? L’Udc ricorda che per un problema formale restò fuori dalle elezioni provinciali di Trento: bene, ora non accadrebbe.

Noi ricordiamo un episodio delle elezioni del 2001. Allora la sinistra, che era al governo, abbinò le Politiche alle Comunali. Probabilmente pensando di vincere le prime, che avrebbero fatto da traino alle seconde. A Roma, dove c’era allora una maggioranza di elettori di centrosinistra e si candidava a sindaco Walter Veltroni, i seggi che dovevano chiudere alle 22 vennero tenuti aperti fino all’una di notte. Per decisione del ministro dell’Interno, Enzo Bianco. E stiamo parlando non di formalismi nella presentazione delle liste, ma di far votare la gente ben oltre l’orario di legge. Qualcuno protestò? Il governo ebbe qualche scrupolo e sussulto?
L’elenco delle nostre buone ragioni potrebbe continuare. Basta però una formula per riassumerle: diritto di voto garantito a tutti. E’ la base della democrazia. E abbiamo detto diritto di voto, non di vittoria garantita: questa al contrario è la base della dittatura. Questo diritto, l’opposizione pare averlo perso di vista. O forse, più banalmente, qualche tentazione di vincere senza votare l’ha avuta.