A questo punto della vicenda delle Regionali abbiamo capito una cosa: il diritto di voto è finito di fatto, e forse anche di diritto, in mano ai giudici. Alla giustizia amministrativa che da giorni si sta palleggiando ricorsi e sentenze. E che ieri ha messo il Paese e le sue massime istituzioni, dal Quirinale al governo, di fronte ad una situazione paradossale e inedita: la titolarità delle elezioni Regionali e dei modi del loro svolgimento è delle regioni stesse, e dunque delle giunte al momento in carica. Nel caso del Lazio, della giunta presieduta pro tempore da Esterino Montino, esponente del Pd, vice di Piero Marrazzo dopo il famoso scandalo.
Avevano accusato il governo di sopraffazione per il decreto interpretativo approvato sabato. Avevano, dall’opposizione, ancora più duramente puntato l’indice contro il Capo dello Stato per aver controfirmato quel decreto riconoscendone i requisiti di costituzionalità e urgenza. Eccoli serviti: nessuno, tantomeno a sinistra, aveva previsto che il Tar del Lazio avrebbe giudicato carta straccia quel decreto che aveva un unico scopo, garantire ad ogni parte politica il diritto di voto attivo e passivo.
Certo, l’origine remota di questa situazione è il presunto (molto presunto) ritardo con cui il Popolo della Libertà avrebbe depositato la propria lista nella provincia di Roma. Presunto, perché lo stesso Tar del Lazio ha affermato che si pronuncerà “nel merito” il 7 maggio, ad elezioni ormai abbondantemente celebrate. Ma da allora la situazione ha subito ben altre evoluzioni. Il Presidente della Repubblica era stato il primo a dirsi preoccupato che a tutti venisse garantito il diritto di voto, ed a riconoscere che non si poteva escludere il maggior partito italiano, il partito di governo, dalla Capitale d’Italia.
Il decreto, puramente interpretativo della legge esistente, era nato sulla scia di quelle motivazioni: permettere a tutti di votare, e di candidarsi, al di là dei formalismi burocratici.
Errore. Il Tar del Lazio, nella sua sentenza di ieri sera, ha avuto almeno un merito: quello di riportarci con i piedi per terra e di mettere a questo punto tutti, maggioranza e opposizione, governo e Quirinale, di fronte ad una realtà diversa. Quella, appunto, che vede il voto dei cittadini, e le candidature elettorali, ormai in mano alla giustizia amministrativa.
Tribunale civile, Corte d’appello, Tar, Consiglio di Stato. In ultima analisi, Corte Costituzionale: sono loro che decidono, non i cittadini, né i partiti, né il governo, né il Quirinale. Questi organismi dispongono del voto e delle sue modalità, ma anche dell’eventuale dopo-voto, perché potrebbero perfino annullare le elezioni, almeno nel Lazio. Insomma, elezioni sub judice nel senso più pieno del termine.
Facciamo un’ipotesi, che viene avanzata da più di un costituzionalista, non sospettabile di simpatie governative. Ne parla chiaramente Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale e tra i massimi esperti italiani di diritto: “Naturalmente il Pdl può ricorrere al Consiglio di Stato” spiega Onida “il quale può modificare la sentenza del Tar. Ma poiché lo stesso Tar ha precisato che il giudizio di merito avverrà solo dopo le elezioni, ecco che la competizione elettorale ed il suo risultato finale resterebbero sotto una spada di Damocle, con il rischio magari che vengano annullate dopo che i cittadini si sono espressi”.
Onida avanza una proposta, sul Corriere della Sera, e non è il solo tra i giuristi: rinviare le Regionali, almeno nel Lazio, a dopo “la decisione definitiva dei giudici amministrativi”. Ma a farlo, precisa, “dovrebbe essere il vicepresidente del Lazio Montino, che ha assunto le funzioni di presidente dopo le dimissioni di Marrazzo”. Ovviamente di concerto con il ministero dell’Interno, che ha la responsabilità dello svolgimento regolare delle elezioni stesse.
Sulla stessa linea Michele Ainis, ordinario di diritto pubblico a Roma Tre, costituzionalista ed editorialista della Stampa. Neppure lui minimamente sospettabile di filo-berlusconismo.
Questa è la situazione, ad oggi. Perché notoriamente un organismo giudiziario può contraddire un altro organismo giudiziario. Come è infatti accaduto a Milano. E perché comunque è diritto di tutti, indipendentemente da questo surreale stato delle cose, ricorrere ai tribunali e alle corti.
Da tutto quanto, si deducono alcune cose.
• La prima è che ritenere che la possibilità di esercitare il diritto di voto sia qualcosa di eguale per tutti, evidentemente è sbagliato. Ogni regione ha la sua competenza, ogni tribunale civile può disporre diversamente dall’altro. Il Tar della Lombardia ha dato ragione a Roberto Formigoni, smentendo Tribunale e Corte d’Appello. Il Tar del Lazio ha escluso il Pdl. Entrambi hanno ignorato il decreto interpretativo del governo. E’ un’amara constatazione per chi ritiene il voto il fondamento di ogni democrazia, ma è così.
• La seconda è che il governo non ha compiuto alcun atto di arbitrio, non ha falsato alcuna elezione, non ha confezionato nessuna norma ad hoc, non ha stravolto la Costituzione. Ha cercato di garantire il diritto di voto, ma si è scontrato contro l’ostacolo insormontabile di un Tar, e contro la barriera secondo cui, in fatto di elezioni, il Lazio decide per sé.
• Stesso ragionamento per il Quirinale. E’ l’interprete e l’arbitro tra le diverse parti politiche, ed il custode della Costituzione. Ma perfino il Colle si accorge che in Italia esiste uno stato di fatto, nella giustizia, che va al di là di questi principi.
• Per queste ragioni tutte le proteste che si erano alzate contro il governo e contro il Quirinale appaiono oggi ancora più immotivate di ieri. Nessun atto d’imperio, nessun giudice imparziale. Bastava un Tar; ma nessuno – da Di Pietro e Bersani all’area di giuristi realmente militanti, ci risulta che ci avesse pensato. E sarà curioso vedere se l’opposizione, il “popolo viola”, a questo punto, scenderà in piazza, e contro chi vorrà prendersela. Contro quale “regime” intende mobilitarsi?
• Il rinvio delle elezioni, almeno nelle regioni nelle quali il risultato potrebbe essere sub judice, (come avvenne nel Molise) è una vaga ipotesi avanzata non ad opera dei politici o del governo, bensì dei giuristi. Una sorta di estrema ratio per scongiurare un eventuale annullamento da parte della stessa magistratura.
• In tutta questa situazione gli elettori appaiono la cosiddetta ultima ruota del carro. E non certo per colpa nostra, che anzi abbiamo cercato fino all’ultimo di restituire loro la voce e i diritti. Gli elettori sono giustamente sconcertati; probabilmente tentati dall’astensione. E’ un rischio che tutte le forze politiche hanno il dovere di combattere ed evitare; e che l’opposizione dovrebbe avere il buon senso di comprendere, perché l’astensionismo colpisce tutti.
• Ancora più grave è che non si riesca a discutere e fare campagna elettorale su ciò che è l’oggetto delle elezioni: i fatti, l’operato del governo e dell’opposizione, nazionale e locale, la crisi economica, le soluzioni per il funzionamento del Paese e delle regioni. Siamo reduci da un periodo terribile di congiuntura economica e – ultimi dati di ieri dell’Ocse e della Banca centrale europea – l’Italia è tra i paesi che ha retto meglio e con le prospettive migliori per il futuro. Ma lavoro, casa, opere pubbliche, sicurezza, tutto ciò che davvero interessa agli elettori, è stato per ora sovrastato dai tribunali, dalle corti, dai Tar. Che indubbiamente fanno il loro lavoro. Ma diteci un po’ se tutto questo è normale.