Ricordo dal mio libro l'amico e collega Umberto Scapagnini

Alla Camera oggi abbiamo ricordato l’amico e il collega Umberto Scapagnini. Ecco un brano tratto dal mio libro La prima politica è vivere che ci tengo a farvi leggere

L’on. Castiglione oggi ha ricordato a nome di tutti l’amico e collega Umberto Scapagnini morto settimana scorsa. Cito uno dei suoi ultimi interventi alla Camera che ho riportato anche nel mio libro La Prima Politica è vivere

L’insegnamento più grande, in tal senso, credo lo abbia dato il collega Umberto Scapagnini. il suo intervento in sede di discussione della legge lo scorso 6 luglio vale molto più di qualsiasi dibattito su ciò che è vita e ciò che non lo è:
Nel 2007 ebbi un tumore altamente maligno, un mela-noma, che in pratica mi lasciava un mese di vita. Natural-mente ho accettato quello che arrivava, perché quello che ti arriva dalla vita tu non lo sai mai, ma quello che è succes-so (ed è successa una cosa strana) è che non ci siamo sgo-mentati, né io, né mio figlio, che più o meno fa il mio stes-so mestiere. Siamo stati quattro anni in america e abbiamo studiato tutti e due, più o meno nello stesso campo, il rap-porto tra cervello e sistema immunitario. Siamo riusciti a scoprire che si stava sperimentando, proprio in quei mesi, un anticorpo monoclonale che sembrava essere l’unica cosa capace di poter fermare il melanoma.
Vi dico subito che, se un mese prima mi avessero posto la domanda: «Se tu soffrissi molto e stessi per andartene, lo firmeresti un permesso per girare l’interruttore?», non avrei avuto dubbi. avrei staccato la spina.  Quando, inve-ce, sono caduto in questo stato così profondo di malattia, in realtà, è successo un fenomeno stranissimo. Sono andato in coma e vi sono rimasto, a tor vergata, per ottanta giorni (quindi una lunghezza abbastanza spaventosa), in tre tipi di coma differenti. Devo dire che ogni volta che sono usci-to da questo coma, mi veniva domandato dall’esterno: «Ma sei vivo? ci sei?» e io rispondevo: «Sì» e alla domanda: «Macome ti senti?» io rispondevo: «Una chiavica» e ripiomba-vo di nuovo in questa galleria stranissima.
Ma la cosa più forte che mi è successa ve la devo dire, e la dico con tutto il cuore ai miei amici. Di quanto mi è suc-cesso quello che più mi ha colpito è stato che, dopo i primi tre giorni di coma a tor vergata, avevo praticamente tutti i parametri incompatibili con la vita, quindi stavano tutti lì in attesa che me ne andassi, eppure resistevo. continuavo a resistere e piano piano, piano piano, lenta-mente, in questi ottanta giorni sono riuscito a tornare all’an-golo della vita. però, ero ritornato un bambino, cioè non ero più in grado di respirare, mi chiamavano «l’uomo-tubo», avevo tubi infilati da tutte le parti, perché venivo nutrito
per via parenterale, ero stato intubato e, per concludere, mi ero anche paralizzato. ero un bambino neonato che non sapeva mangiare, non poteva bere, non poteva respirare e non poteva camminare. Ho iniziato un lungo percorso per un anno, un anno e mezzo, e questo periodo mi ha porta-to, piano piano, passando prima a tor vergata, poi al San Raffaele di velletri, infine al Santa Lucia, a come mi vedete adesso … Devo confessare di essere stato inizialmente un cattolico blando e in seguito sempre più fedele, perché sono quarantaquattro anni che studio il cervello e, quindi, certa-mente iniziavo con una prevalente formazione scientifica.
Oggi devo dire, con tutta coscienza, che effettivamente non sarei, non sono e non voglio essere nella condizione di fare decidere agli altri, ma voglio decidere io per due motivi: in primo luogo, perché nel periodo in cui ero in coma, in ap-parenza non c’ero, e invece io c’ero, pensavo, vivevo e po-tevo decidere; in secondo luogo, perché, come avete visto, sarà pure un caso ma, in questi sei mesi in cui sono passa-to dalla vita alla morte, hanno scoperto l’anticorpo mono-clonale che mi ha portato alla salvezza. ecco perché non dico: «Fate questo o fate quello», ma vi invito a pensare prima di decidere cosa fare. Non basta una parola a tavola o una chiacchiera, ma ci vuole veramente una grande profondità la quale, soprattutto, ci deve por-tare al rispetto di quella grande cosa straordinaria che è la vita, ossia il bene più grande tra di noi.

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