Accolgo l'appello di Papa Francesco per risvegliare le coscienze dall'indifferenza

Il Papa è a Lampedusa per testimoniare con i fatti la proposta cristiana e contro l’indifferenza che colpisce tutti noi.

L’immagine di Papa Francesco che di fronte Lampedusa da una barca getta in mare una corona di fiori e si ferma in preghiera mi ha ricordato quella di Giovanni Paolo II assorto di fronte all’oceano Atlantico sul molo nell’isola senegalese di Goré, da dove partivano le navi degli schiavi: «Da questo santuario africano testimone del dolore nero, impetriamo perdono al cielo», disse Papa Wojtyla, riferendosi «all’orribile aberrazione di coloro che riducevano in condizioni di schiavitù i fratelli e le sorelle che il Vangelo ha chiamato a libertà».
Oggi Papa Francesco ha ricordato questa nuova forma di schiavitù (così l’ha definita in altri discorsi) non nel porto di partenza ma in quello dell’approdo. Di fronte al dramma umano degli immigrati morti in mare il Papa non ha presentato soluzioni, ha posto tre domande. Come politico le sento rivolte personalmente a me:

  1. Oggi l’uomo di fronte a questi problemi è disorientato, dov’è l’uomo?
  2. Chi è responsabile di tutto ciò? Dire tutti equivale a dire nessuno ha detto il Papa.
  3. Chi di noi ha pianto per fatti come questo? E qui Francesco ha condannato la globalizzazione dell’indifferenza.

 

Non ci sono risposte automatiche, né facili ricette umanitarie o altrettanto facili chiusure apparentemente identitarie. Accolgo l’appello del Papa a “risvegliare le coscienze” con tutto l’impegno di intelligenza di solidarietà e di realismo che questo comporta.
Se posso, vorrei aggiungere, a quello fatto da Papa Francesco, un mio ringraziamento personale “alle forze di sicurezza”, in particolare alla Guardia costiera, che si è prodigata in quest’ultimo mese per il salvataggio, il soccorso, l’assistenza e l’accoglienza dei profughi diretti verso le nostre coste.