Caro direttore "Alitalia non è rimasta a terra"

Leggete la mia lettera al direttore de Il Giorno “Non siamo rimasti a terra” di martedì 15 ottobre 2010 sul caso Alitalia.

 
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Caro direttore,
ho letto il suo corsivo su Alitalia “dead company walking”, nel risponderle vorrei partire dal fondo.
Lei mi chiede di “chiarirle le idee” e conclude “noi aspettiamo qua. A terra“. Non è vero, lei potrà leggere oggi queste mie note volando ancora, come ho fatto io stamane, su un aereo Alitalia.
Sarebbe rimasto a terra, e con lei 14.000 dipendenti della compagnia più l’indotto degli aeroporti di Fiumicino, Malpensa, Linate, se il Consiglio di amministrazione di Alitalia, non il governo italiano, non avesse deliberato un aumento di capitale di 300 milioni di euro. Soldi al 75% di imprenditori privati (225 milioni) e al 25% di un’azienda pubblica, sana, in attivo, che reperisce risorse anche sul mercato e che ha deciso di investire, con possibilità di evidenti singergie industriali (come accade già in altri Paesi) una parte della sua liquidità.
Non ci sono soldi dei cittadini in questa operazione, lo Stato non ha ripianato i debiti di Alitalia – succedeva prima del 2008, mentre in questi cinque anni i privati hanno usato loro risorse, come è giusto che sia – e Alitalia non è tornata un’azienda pubblica.
Oggi lo Stato indica gli indirizzi strategici per un settore decisivo per il Paese qual’è il trasporto aereo. Come Governo avevamo il dovere politico e, mi consenta, anche morale di fare la nostra parte per non far fallire Alitalia. Nel qual caso avremmo dovuto mettere immediatamente 500 milioni di euro, questi sì dei cittadini, a garanzia, come previsto dalla legge Marzano, e sopportare il costo di welfare per la disoccupazione dei suoi dipendenti.
Niente di tutto questo è accaduto, abbiamo creato le condizioni – governare implica questa responsabilità – perchè imprenditori privati investissero nuovamente in un settore strategico come quello del trasporto aereo e perchè Alitalia potesse trattare, senza essere la Cenerentola di turno, alla pari con Air France nel caso i francesi aderiscano all’aumento di capitale (mentre scrivo è in corso l’assemblea dei soci) o con un altro partner internazionale, salvaguardando l’occupazione.
Certo, ora ci vuole discontinuità, il piano industriale va cambiato, l’integrazione internazionale va realizzata al meglio e dalle perdite si deve passare ai profitti.E’ il lavoro che spetta agli azioni e ai manager di un’azienda privata.
Maurizio Lupi Ministro delle Infrastrutture e Trasporti
 

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