Collegamenti rapidi non solo d'asfalto e ferroviari

Intervista del Ministro Lupi a Corriere Innovazione “Collegamenti rapidi non solo d’asfalto e ferroviari” di giovedì 19 giugno.

 
Ministro Maurizio Lupi, dal 27 aprile 2013, cioè con il giuramento del governo targato Enrico Letta, lei guida il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti: è stato confermato nel suo incarico il 22 febbraio 2014 nel governo di Matteo Renzi. Cosa significa per lei la velocità? A cosa pensa, quando si sofferma su quella parola?
«Penso che oggi, più che mai nel passato, il fattore tempo sia determinante. E non mi riferisco alla fretta, che è completamente un altro concetto.
La velocità significa che dobbiamo rispondere sempre più rapidamente alle sfide che la contemporaneità ci lancia in termini di competitività. Quando penso alla velocità, immagino il peso che quel concetto ha, per esempio, nel sistema dell’istruzione e della cultura diffusa nel Paese. Semplicemente: se non assumi le decisioni giuste nel tempo giusto corri il rischio di perdere tempo. Di qui la grande scommessa sui collegamenti che riguarda il mio ministero. Sia in termini di infrastrutture che di trasporti».
 
C’è un paradosso sotto gli occhi di tutti, soffermandoci per esempio sul trasporto ferroviario, quello usato dalla grande maggioranza della popolazione. Da una parte l’universo dell’alta velocità, dall’altra la lentezza alla quale sembrano ancora condannati milioni di pendolari.
«Infatti siamo di fronte a un paradosso. Abbiamo sostanzialmente vinto la partita dell’alta velocità, che sta modificando radicalmente l’idea delle distanze geografiche e la concezione stessa delle unità amministrative. Ora si va da Milano a Torino in 45 minuti, quando io da ragazzo, con la metropolitana, attraversavo Milano in 55 minuti…
Parallelamente il trasporto regionale italiano resta ancora legato alla lentezza, a troppi disservizi. E se l’alta velocità è simbolo di efficienza a livello europeo, le tratte locali rappresentano l’inefficienza. Qui siamo chiamati a garantire una risposta seria e adeguata. Non ci possono essere due Italie. È impensabile ed è  ingiusto».
 
Quindi «velocità» non significa lasciare indietro chi ha altri ritmi, o chi è costretto ad averli…
«Proprio il contrario. La questione della velocità in Italia riguarda tutti. I momenti migliori di questo Paese sono stati quelli in cui l’Italia è riuscita a produrre grandi eccellenze senza mai dimenticarsi di chi rimaneva indietro. Anzi, direi di più. Il confronto sulla velocità si vince quando il migliore riesce a trascinare, a rimettere in moto chi si trova per qualche motivo in difficoltà.
Negli anni migliori di questo Paese, gli asset fondamentali si rivelavano un vantaggio non solo per chi guidava la crescita ma anche per chi si trovava in posizioni più arretrate e svantaggiate. Nella stagione del boom economico l’ascensore sociale aveva fatto dell’Italia il Bel Paese non solo nella qualità della vita, ma anche nell’accorciamento delle distanze tra più poveri e più ricchi.
Ora si rischia un’Italia in cui chi sta bene resta nella sua condizione mentre chi sta male scivola verso il peggio. Dobbiamo recuperare questa capacità di collegamento nelle varie fasce sociali. Mi sembra essenziale».
 
Tornando ai trasporti, cosa farà questo governo per allineare il pianeta dei pendolari a chi già vive nel mondo dell’alta velocità.
«Ho parlato con grande chiarezza al nuovo consiglio di amministrazione delle Ferrovie dello Stato Italiane. Bisogna dimostrare che il trasporto regionale può avere la stessa attenzione e la stessa cura dedicata all’alta velocità, utilizzando proprio le risorse che derivano dai servizi di eccellenza che ci allineano all’Europa. Bisogna cancellare questo segno di arretratezza».
 
Ma la sfida della velocità non riguarda solo i trasporti materiali…
«Lo sappiamo bene. L’Italia degli anni Sessanta venne unita davvero da due fattori fondamentali. Dalla Rai pedagogica di “Non è mai troppo tardi” e dall’Autostrada del Sole che collegava il Nord al Sud. Entrambe ebbero un peso fondamentale, e l’una correva in parallelo con l’altra. Furono due vere e proprie infrastrutture che trasformarono l’Italia. Ciò dimostra che una strada di collegamento immateriale, la tv, vale quanto quella fatta di cemento e di asfalto.
Ora tocca alle autostrade digitali, che hanno un peso analogo. Nella nostra contemporaneità si ha un Paese unito quando l’intera realtà geografica e culturale riesce a utilizzare, appunto, le vie di collegamento digitali. Pensiamo a chi ha difficoltà nella mobilità, per un disagio fisico o per l’età avanzata. La digitalizzazione del Paese è uno dei principali servizi pubblici che un governo è chiamato a garantire ai cittadini, nei nostri tempi.
Ho proposto una norma di legge che equipara di fatto le infrastrutture materiali a quelle immateriali, concedendo anche a queste le misure di defiscalizzazione previste per le prime».
 
Naturalmente la velocità è un mezzo. Poi bisogna capire cosa si vuole raggiungere, accordando le distanze.
«Ovviamente la velocità è un hardware. Il vero problema è poi il software, che può persino contenere un virus e annullare tutti i benefici assicurati dall’hardware. E il software riguarda, appunto, il futuro di questo Paese.
Quale modello di Italia vogliamo? In che modo intendiamo recuperare e sostenere chi si trova in difficoltà? La grande forza dell’Italia, lo ripeto, sta nel non lasciare indietro nessuno. Si può correre, andare avanti ma a patto di capire sempre se qualcuno rimane dov’è. E magari fermarsi e aiutarlo, per permettergli di correre tutti insieme. Non è retorica. È che solo così si può immaginare un vero, grande Paese come l’Italia ha dimostrato in tante circostanze di essere».