Il dibattito scatenatosi oggi sul Jobs Act, a fronte dei dati positivi dell’Istat sull’occupazione, mi sembra francamente surreale.

Il dibattito scatenatosi oggi sul Jobs Act, a fronte dei dati positivi dell’Istat sull’occupazione, mi sembra francamente surreale. Sull’occupazione sono stati fatti dei passi avanti, occorrerebbe a tutti l’onestà intellettuale di ammetterlo.
Altri bisogna farne, e in direzione opposta rispetto alle ultime tentazioni massimaliste della sinistra.
Alla gente non bisogna promettere cose mirabolanti, ma prospettare proposte realizzabili.
Un grave errore, ad esempio è stata l’abolizione dei voucher sotto la spinta ricattatoria di un referendum che forse era meglio affrontare.
Di fatto l’abolizione dei voucher ha ricacciato molti giovani non nel precariato, ma nel lavoro nero se non di nuovo nell’inattività, danneggiando anche molte aziende per le quali il voucher si era rivelato uno strumento preziosissimo.
Questo perché, come al solito, di fronte a norme che vanno perfezionate o riformate si preferisce sempre l’estremismo dell’abolizione.
Rilancio quindi quella che fu la nostra proposta per sostituire i voucher: l’ampliamento delle possibilità di utilizzo del lavoro intermittente, l’introduzione del ‘Lavoro ad orario ridotto’ sul modello dei ‘mini jobs’ in uso in Germania, e l’istituzione del ‘lavoro occasionale’, praticamente dei ‘coupon lavoro’, una nuova forma di voucher per i lavori domestici, il baby sitting, l’assistenza domiciliare temporanea, l’insegnamento privato supplementare, i lavori di giardinaggio e di manutenzione.
Ricordo che in Germania la riforma del mercato del lavoro chiamata ‘Agenda 2010’ che comprendeva, tra le altre cose proprio i mini job, attraverso i quali si sono si creati due milioni e mezzo di posti di lavoro per bassi salari e si è consentito a casalinghe, pensionati, studenti, sussidiati di arrotondare il loro budget mensile senza particolari oneri fiscali.