Lo scandalo sulle identità rubate che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica merita una riflessione più profonda dello scandalo per il cosiddetto “furto”.

Lo scandalo sulle identità rubate che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica merita una riflessione più profonda dello scandalo per il cosiddetto “furto”.
Noi, in totale buona fede, usiamo i nuovi social per comunicare e per metterci in relazione con gli altri.
Ma l’invadenza di questi strumenti nelle nostre vite mi ha ricordato un bel film sui servizi segreti della Germania dell’Est nel periodo del regime comunista: “Le vite degli altri”.
Allora il potere per perpetuare se stesso entrava prepotentemente e di nascosto nella quotidianità dei cittadini, nell’intimità della loro esistenza.
Oggi un potere di altra natura, più dolce ma altrettanto ficcanaso, scandaglia i nostri gusti, le nostre idee, i nostri consumi, le nostre passioni.
E lo fa con il nostro consenso, siamo noi che ogni giorno ci consegniamo, consapevolmente o meno, ai nuovi controllori. Minuto per minuto forniamo loro le informazioni di cui hanno bisogno per blandirci, per offrirci i loro prodotti, per orientarci, ed eventualmente per manipolarci.
Lo facciamo liberamente, senza costrizioni, ma non è detto che il risultato sia una maggiore libertà. Pensiamoci