“European Union: Challenges 2018 Christian Democratic dialogues”: il mio discorso sulla Sussidiarietà 

 “European Union: Challenges 2018 Christian Democratic dialogues”
– Praga, 16-18 Ottobre 2018-

Il mio discorso sulla Sussidiarietà

La politica come forma più alta di carità (Paolo VI)
La politica come dimensione essenziale della convivenza civile (Papa Francesco)
La politica in quanto forma più compiuta di cultura e “La cultura si situa sempre in relazione essenziale e necessaria a ciò che è l’uomo” (don Giussani che cita Giovanni Paolo II)
La religione per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione (Benedetto XVI)
Sono quattro definizioni della politica, e del suo rapporto con l’esperienza di fede, di quattro papi.
Che condividono un focus: la preoccupazione fondamentale per l’uomo e per il bene comune.
È all’interno di questa concezione che si colloca, secondo me, un rinnovato concetto di sussidiarietà.
Che cosa contraddistingue in modo peculiare la coscienza che ha di sé l’uomo moderno? La libertà!
Voi mi insegnate che una delle grandi acquisizioni del Concilio Vaticano II è stata l’affermazione della libertà religiosa con la dichiarazione Dignitatis Humanae. All’uomo non interessa una salvezza senza libertà. Non sarebbe umanamente dignitoso, non rispetterebbe la sua dignità.
E il livello più alto di libertà non è l’indifferenza nella scelta: posso fare questo o posso non farlo, ma la libertà di iniziativa, la libertà di azione, la libertà di pensare, progettare, intraprendere e realizzare. Quando penso a persone libere io penso a una come Madre Teresa, a uno che non sta con le mani in mano, a uno che usa la sua libertà, a uno che si assume delle responsabilità.
Ho fatto questa premessa per dire che la sussidiarietà consiste in questo rispetto e in questa difesa della libertà e della responsabilità.
La politica non deve avere paura della libertà. Perché purtroppo assistiamo a una pericolosa regressione per cui, diffidando della libertà, si sta affermando in politica una volontà sempre più accentratrice del potere e sempre più limitatrice della creatività sociale e imprenditoriale. Giustificato con l’intenzione di impedire all’uomo di rubare o di sbagliare (“Sognano sistemi talmente perfetti da rendere inutile all’uomo di essere buono” Eliot) è in realtà il tentativo di imbrigliare la libera iniziativa.
In un suo discorso (Cesena, 1ottobre 2017) Papa Francesco ha detto una frase che secondo me può essere presa come una nuova definizione di una politica sussidiaria:
“Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice, non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione (…) una politica che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza”.
Il Papa, a fronte del disimpegno crescente se non del disprezzo nei confronti della politica, ci invita invece a riscoprirne l’imprescindibilità esaltandone l’indipendenza.
C’è un solo modo per invertire questa tendenza, colmare la distanza che si è creata tra cittadini e politici. Si tratta di creare una nuova prossimità. Che è un’altra parola per descrivere la sussidiarietà.
Il primo titolare della risposta ai bisogni di una persona o di una convivenza umana è chi gli è più prossimo, e questo vale sia per la sussidiarietà verticale (quella fra enti che va dallo Stato centrale al Comune) e soprattutto per quella orizzontale, quella per cui protagonista della vita pubblica è la società nelle sue articolazioni associative, nei suoi corpi intermedi.
La dimensione sociale della persona si esprime innanzitutto in queste forme, in queste realtà in cui l’individuo si mette insieme con altri per organizzare al meglio la risposta ai suoi bisogni. Lo Stato è, dovrebbe essere, sussidiario di questi tentativi. Permetterli, favorirli, sostenerli, creare le condizioni perché possano nascere e operare e intervenire in prima persona là dove questi si rivelino carenti o incapaci. È lo Stato che è supplente della società e non viceversa.
C’è ancora un problema ideologico con la parola “privato”. Pubblico, cioè di tutti e per tutti, è solo ciò che è gestito dallo Stato o dalle sue articolazioni. Ciò che è gestito dai privati risponderebbe a interessi privati, caricando sia la parola interesse sia la parola privato di una connotazione negativa che nasconde aspirazioni nascoste e non lecite.
Mentre la parola interesse è una delle parole più umane che ci siano: io ho interesse al bene di mio figlio, alla sua istruzione, alla sua educazione, alla sua salute, alla sua possibilità di trovare lavoro; ho interesse al decoro della mia città, alla tutela dell’ambiente. Il bene comune è l’interesse di ognuno e di tutti.
Nella concezione sussidiaria invece, pubblico è un servizio che, da chiunque sia fornito, risponde a bisogni e interessi della comunità. Una scuola gestita da una cooperativa di genitori, se risponde a certi requisiti condivisi, è una scuola pubblica, una cooperativa che fa assistenza socioassistenziale nei quartieri periferici di una grande città fa un servizio pubblico, un’impresa che offre certi servizi di welfare ai suoi dipendenti (es. asilo nido, visite mediche…) svolge una funzione pubblica.
Nella sussidiarietà, oltretutto, oltre a una risposta qualitativamente più efficace proprio perché più vicina al bisogno (l’infermiera della cooperativa che va a curare l’anziano a casa sua con continuità è solitamente più a conoscenza delle esigenze della persona che cura, più attenta, più puntuale nell’intervento rispetto all’anonimo ambulatorio comunale dove ci si deve recare facendo spesso lunghe ore di attesa) c’è anche una convenienza economica per lo Stato, e quindi per la collettività. È notorio che il costo standard di uno studente nelle scuole superiori statali italiane è di 6/7000 euro, nella quasi totalità delle scuole private/paritarie è poco più della metà. Se tutti gli studenti delle scuole paritarie chiedessero improvvisamente di iscriversi a una scuola statale, salterebbero i conti del sistema educativo.
Teoricamente sono in pochi ormai a rifiutare il principio di sussidiarietà tanto che è stato possibile introdurlo nella nostra Costituzione all’articolo 118.
Ma scrivere un principio sulla carta non basta. Secondo me oggi in Italia c’è un regresso su questo punto, si sta affermando un’immagine della politica fondata sulla rabbia, sul rancore. Un movimento come i 5 Stelle cavalca una indignazione popolare che ha motivazioni giuste, ma lo fa con promesse che invece dell’impegno spingono alla deresponsabilizzazione: la proposta del reddito di cittadinanza, per cui sei sussidiato dallo Stato con cifre che in certe regioni equivalgono allo stipendio di un lavoratore non spinge certo a cercare attivamente un lavoro, né a darsi da fare per crearlo.
Se ai miei bisogni pensa lo Stato è inutile che io mi dia da fare.
La caratteristica di una politica sussidiaria, invece, di una politica che stimola, incentiva e favorisce il protagonismo sociale è quella che vede nascere imprese, associazioni, cooperative, organizzazioni senza scopo di lucro, scuole, ospedali, consorzi, reti sui territori, eccetera in cui l’esercizio concreto della responsabilità si traduce in coraggio, realismo e prudenza, pazienza, preparazione.
Il dialogo vero e costruttivo è la prima conseguenza di una politica sussidiaria.
È per questo che nel 2003, ero arrivato da poco in Parlamento, ho dato inizio all’esperienza dell’Intergruppo della Sussidiarietà. È un luogo istituzionale, un interlocutore ufficiale della camera dei deputati e del Senato, al quale hanno aderito centinaia di deputati e senatori di tutti i partiti. Il suo scopo è quello di favorire il dialogo su alcuni temi trasversali della politica sui quali ci si può incontrare senza abbandonare la propria militanza partitica, chi è al governo resta al governo, chi è all’opposizione resta all’opposizione. L’esempio più significativo di che cosa significhi questo lavoro di dialogo continuo è stata l’approvazione di una legge di finanziamento del volontariato e dell’associazionismo chiamata “il 5 per mille”. Ogni cittadino italiano con la dichiarazione dei redditi può destinare il 5 per mille del suo reddito a un’associazione, una cooperativa, una Ong, un centro culturale… è stato un grande successo, ed è stata una legge presentata insieme da una persona allora all’opposizione (Enrico Letta) e una che era in maggioranza (il sottoscritto).
Quando fu rieletto presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ricordò davanti al Parlamento il suo intervento all’incontro annuale dell’Intergruppo della Sussidiarietà che si svolge al Meeting di Rimini, e disse: “Parlando a Rimini a una grande assemblea di giovani nell’agosto 2011, volli rendere esplicito il filo ispiratore delle celebrazioni del 150° della nascita del nostro Stato unitario: l’impegno a trasmettere piena coscienza di “quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato”, e delle “grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo …“Ecco, posso ripetere quelle parole di un anno e mezzo fa, sia per sollecitare tutti a parlare il linguaggio della verità – fuori di ogni banale distinzione e disputa tra pessimisti e ottimisti – sia per introdurre il discorso su un insieme di obbiettivi in materia di riforme istituzionali e di proposte per l’avvio di un nuovo sviluppo economico, più equo e sostenibile”. In conseguenza di quel discorso io ed Enrico Leta, ci trovammo nello stesso governo, l’Intergruppo della sussidiarietà, nato senza obiettivi politici, divenne l’ossatura di un governo.
L’Intergruppo della sussidiarietà si è formato anche in questa legislatura: ci siamo dati quattro temi su cui lavorare insieme, quattro emergenze del nostro Paese: lavoro, sud, educazione, welfare. Un ponte senza muri che si chiama bene comune è il nostro compito è il nostro dovere.
Tutto quanto ho cercato di dirvi sulla sussidiarietà è condensato in due slogan:
La prima politica è vivere, è il primo.
Più società, meno stato, è il secondo.
Sussidiarietà vuol dire rivendicare il primato della libertà e della creatività sociale di fronte al potere,
vuol dire salvare la cultura della responsabilità,
vuol dire sostegno alle comunità intermedie e al loro protagonismo sociale,
vuol dire concepire il potere come servizio e non come prepotere.
Per dirla ancora con Papa Francesco: sussidiarietà vuol dire avviare processi piuttosto che occupare posti.