I cattolici, la politica, l'ideale

I cattolici, la politica, l’ideale
La sussidiarietà e la pratica del rapporto come virtù della politica, dialogo, del compromesso

 
Con singolare tempismo – il tempismo è ovviamente dovuto alla ricorrenza, singolare è l’accostamento degli autori- ieri sul Corriere della Sera sono stati pubblicati due scritti sull’Appello ai liberi e forti di don Luigi Sturzo: uno di Ernesto Galli Della Loggia e uno di Silvio Berlusconi.
Il secondo ne riprende lo spirito per rilanciare un polo centrista e moderato, il primo ne sottolinea il carattere intrinsecamente politico e la collocazione storica concludendo che da queste considerazioni “dovrebbe ripartire la discussione riaccesasi di recente su un nuovo impegno dei cattolici italiani”
Io personalmente non ho mai smesso di impegnarmi in politica in quanto cattolico, e tanti come me pur con scelte politiche diverse dalle mie. E non penso che oggi il primo problema dei cattolici sia quello tornare a farlo tutti insieme in un partito. Può darsi, non metto limiti alla categoria della possibilità, ma ritengo sia più utile, insieme, prendere sul serio l’invito di Papa Francesco, oltre a scendere dal balcone, a impegnarsi ad avviare processi più che a occupare spazi. E proprio Luigi Sturzo, che per ragioni storiche approdò alla fondazione di un partito, ci offre l’esempio di cosa fare nelle mutate circostanze storiche. Il sacerdote siciliano prima di dare vita al Partito popolare girò l’Italia per otto anni incontrando cooperative, associazioni, casse rurali… e investendo innanzitutto nella formazione dei giovani.
L’appello ai liberi e forti nasce da questa conoscenza del paese, delle sue forze reali, delle comunità che lo costituiscono, e non è una chiamata alle armi confessionale, ma un appello ideale. A fronte di due ideologie che si confrontavano in una sacrosanta lotta per il potere, Sturzo propose un’idea di Italia e di politica che lui traeva dall’esperienza di conoscenza e di confronto con la realtà popolare di cui era parte.
E’ il cuore del suo appello: “A uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private.
Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl’individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche”.
“Questo ideale di libertà – precisava – non tende a disorganizzare lo Stato”, anzi.
La politica, insomma, deve essere l’espressione di un ideale.
Sessant’anni dopo, un tutt’altro contesto, il ceco Vaclav Havel parlava di “vita nella verità” contrapposta alla “vita nella menzogna” imposta dall’ideologia del sistema totalitario comunista. È questo che manca oggi alla politica: soggetti umani, soggetti sociali solidi non solo dell’impegno della loro generosità ma coscienti dell’ideale che di quell’impegno fa un principio culturale e conseguentemente un soggetto politico. Giovanni Paolo II diceva che “se si vuol cercare l’uomo e si vuole trovarlo nella sua umana identità bisogna avvicinarlo nella cultura”.
Il nostro primo compito è la costruzione di una realtà sociale che operi incalzata da un ideale che persegue, e che la politica si candida a rappresentare.
E’ un compito prepolitico, lo so, ma in quanto tale, e proprio l’esperienza di Havel da dissidente a presidente della Repubblica lo dimostra, è il vero motore del cambiamento politico.
C’è una seconda notazione, e prendo prestito sempre da Havel per descriverla: la politica non sfugge alla legge dell’umana esistenza, che è la gratuità.
Certo la politica è mediazione di interessi, ma il vero interesse per l’altro parte sempre dall’assenza di un tornaconto: quando si vede uno nel bisogno lo si aiuta senza calcoli, per pura gratuità. Havel parlava del “potere dei senza potere”, del risveglio sociale per il solo desiderio di dire la verità e di uscire dalla menzogna. Niente di più gratuito.
Non sto parlando dello stipendio dei parlamentari, ma di quel moto originario che ci porta a interessarci della cosa pubblica, o del bene comune, per cui il potere è un mezzo e non uno scopo.
Un’ultima conseguenza, per me e per chi oggi è eletto nelle istituzioni: non possiamo aspettare il giorno in cui la situazione cambierà, il reddito di cittadinanza mostrerà la sua vanità se non la sua nocività, le carenze infrastrutturali metteranno alla corda il paese e tanti ripenseranno al loro voto avventato, le riforme istituzionali metteranno in pericolo la democrazia. Non possiamo aspettare che il cadavere passi sul fiume, perché sarà il nostro cadavere.
Abbiamo l’arma delle nostre ragioni e quella del dialogo.
Don Sturzo, per tornare da dove siamo partiti, delineava un programma che aveva un fulcro preciso: il principio di sussidiarietà, che si traduce nella pratica del rapporto come virtù della politica, del dialogo, del compromesso (non vi citerò l’ormai famoso passaggio di Ratzinger sul tema, ma l’ebreo e israeliano Amos Oz: Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”).
Nelle istituzioni abbiamo bisogno di preservare luoghi di dialogo, questo vuole essere l’Intergruppo della Sussidiarietà a cui con parlamentari di altri partiti abbiamo dato vita. Tale presa di coscienza e tale impegno mi sembra oggi il nostro compito.
Se poi son partiti, fioriranno.
 

La mia lettera al Foglio del 19/01/19