Milano 2021: «Né di bandiera, né un déjà-vu. Serve il candidato del futuro»

Milano 2021: «Né di bandiera, né un déjà-vu. Serve il candidato del futuro»

L’ex assessore: «Poco tempo, basta pensare al passato Se pensiamo ai nomi siamo morti. Ora sparigliamo»

Maurizio Lupi, deputato di centrodestra, ex ministro, ex assessore, milanese, manca un anno e mezzo alle Comunali. La sinistra sembra che ripresenti Sala, e dalla vostra parte la situazione qual è?
«Mi pare assolutamente normale che ci sia Sala, sarebbe anomalo se non si ricandidasse non facendosi giudicare. Il problema non è di chi governa, è nostro».
Il tempo non è molto.
«È poco. Quando amministravamo noi, Pisapia, che pareva un marziano, iniziò un anno e mezzo prima del voto. Devi farlo, se vuoi riconquistare la fiducia dei cittadini dopo 10 anni».
Come farlo?
«Non basta dire: “Siamo il centrodestra e abbiamo fatto grande Milano”. Devi testimoniare coi fatti che ci può essere una Milano diversa, innovativa, non puoi criminalizzare quanto sta facendo Sala, devi mettere in campo un progetto, come nel ’96, quando sparigliammo con un outsider. Mi sembra che un germoglio ci sia. Un’esperienza interessante è “Piattaforma Milano”. Dopo aver dissodato la terra mettiamoci in gioco come interlocutori delle eccellenze. Troviamo un percorso».
Il quadro è definito: voi centrodestra contro il centrosinistra? Niente dubbi su questo.
«Certo, il quadro è definito se il centrodestra vuole candidarsi a governare. Bisogna sparigliare. Non si può partire dal dire: “Deve essere un leghista”. Deve essere una proposta talmente affascinante da mettere a nudo i veri punti deboli di Sala e dei suoi».
Quali sono?
«Sala sta, come Pisapia, sta gestendo l’esistente. Ha portato a casa le Olimpiadi, bene, ma sta vivendo di rendita, non sfrutta la vera potenzialità di Milano, quasi città Stato, l’unica in Italia in grado di attrarre investimenti. Per farlo devi liberare risorse, non decidere tutto a tavolino. Il nuovo piano regolatore è pieno di vincoli, l’impostazione dovrebbe essere opposta, vale anche per lo stadio. Porta Nuova nasce così. Il privato dice di cosa ha bisogno, io lo guido, gli do indirizzi».
Oggi impera il dirigismo.
«Se gli strumenti sono rigidi poi devi fare eccezioni. Ma una vera funzione liberale può far sognare Milano, città Stato del futuro. Noi nel 1999 abbiamo pensato alla Milano del 2020, ora bisogna pensare a quella del 2040».
E al di là di Sala, la sinistra strutturalmente può liberare queste energie?
«No, il dirigismo è nella sua cultura, deve controllare tutto: stadio, verde, urbanistica, sociale, periferie. Ma per le periferie non devi solo sistemare le case popolari ma liberare le risorse, inserire funzioni nuove. Non possono farlo loro, no. Ma anche noi, se continuiamo a dire: “È tutto merito nostro”, abbiamo perso».
Però la Milano di oggi ha il suo marchio. La sinistra era contraria su tutta la linea.
«Ma la gente, giustamente, mica lo ricorda, non pensa al passato. Anche la linea 4 la sinistra non la voleva allora. Ma oggi devi sfidarla sul futuro, oltre a denunciare, come fanno benissimo i consiglieri, quello che non funziona. Non dobbiamo fare questo errore di guardare indietro».
Altre cose da non fare?
«Personalizzare su Sala, che copre tutti i limiti di una coalizione non liberale. Devo sfidarlo nelle sue contraddizioni».
Lei riconosce la posizione preminente della Lega, ma la Lega avrà il passo per farlo?
«Se vuole candidarsi ad essere forza di governo è ciò che serve. Salvini credo abbia capito gli errori che ha fatto al governo coi 5 Stelle, sinistra statalista all’enne­sima potenza. E ha capito anche che il viaggio solitario alla fine non porta a niente».
Centrodestra plurale quindi?
«Anche se sei forte hai bisogno di pluralità, devi aprirti a ciò che sembra minoritario ma è fondamentale per governare. De Gasperi stravinse e aprì. Anche Forza Italia poteva far da sola ma Berlusconi con grande intuito puntò sulla coalizione, sdoganando la destra e alleandosi con Bossi. Salvini dovrebbe fare la stessa cosa, allora sì che Milano sarà davvero laboratorio politico. Poi noi non siamo stupidi: la Lega farà la sua partita, ma con intelligenza, aiutata da tutti».
Ma «Piattaforma Milano» può essere lista del sindaco o anche qualcosa in più?
«Le liste del sindaco non sono una grande novità. Se è questo, è già morta, meglio che non ci sia. Può essere invece un contributo intelligente di idee e apertura, come ho visto ad Ambrosia­na, l’evento cui hanno partecipato in tanti. Può essere uno strumento: ci sono forze vive della città che non dialogano coi partiti ma lì possono dare tanto. Questa apertura: “Vieni, abbiamo bisogno di te”. La vedo così».
Ci dica una cosa sul 2016. Lei è stato seriamente in corsa a un certo punto o no?
«No, non c’è mai stata seriamente questa possibilità. Allora c’era una problema politico, che poi anche la Lega ha vissuto in modo simile. Noi eravamo al governo con il Pd, e questo oggettivamente portava una contraddizione di proposta politica».
E ora potrebbe toccarle?
«No, ma dobbiamo rimboccarci le maniche tutti col metodo che ho detto. Se facciamo il toto-candidati siamo morti. Si trovi chi meglio può esprimere questa strada, una persona che rappresenti questo percorso. Io non sono per i déjà-vu, né per i candidati di bandiera, come quelli che la sinistra sceglieva quando non sapeva chi candidare».
Lei sa che quando dice: “No ai déjà-vu” molti penseranno a Gabriele Albertini…
«Non pensavo assolutamente a Gabriele, grande sindaco e amico. Non pensavo fosse in campo. Ma va seguito il metodo Al­bertini. Andò così: in campo c’era Serra, poi Berlusconi ebbe il colpo di genio di scovare quel giovane presidente di Federmeccanica che nessuno conosceva. Capì che Albertini avrebbe rappresentato il modo in cui avremmo governato l’Italia nel 2001».
 
 
Intervista di Alberto Giannoni per il Giornale Milano del 09 gennaio 2020