Lettera al Foglio: La democrazia non chiude

lo, con sulla pelle l’esperienza di Milano e della Lombardia, sono tra coloro che hanno spinto per i provvedimenti drastici di fronte all’emergenza del coronavirus.

Va bene sospendere tutto, ma trovo imbarazzante sospendere anche il Parlamento.

Alla Camera dei deputati la prossima settimana salterà il question time (e le assicuro che le interrogazioni che si potrebbero porre, per esempio al ministro dell’Economia, in diretta televisiva, non sono certo estranee all’emergenza che stiamo vivendo), anche la seduta della prossima settimana è sospesa, il voto sul doveroso scostamento di bilancio è stato fatto da 350 parlamentari in rappresentanza proporzionale di tutti i gruppi, si parla di voto a distanza o di voto per procura (il capogruppo vota per tutti).

Ora, io non penso che il Parlamento in situazioni di emergenza sia meno importante e meno necessario di una tabaccheria, di un’edicola o di un sito produttivo.

Non si può ridurlo solo all’espressione di un voto perché è il luogo del confronto, del formarsi di posizioni che non sono sclerotizzate nell’alternativa maggioranza-opposizione, ma che possono mutare nel corso della discussione come proprio il caso dello scostamento di bilancio ha dimostrato: il governo era partito da 7,5 miliardi, l’opposizione insisteva per un intervento più deciso e si è chiuso a 25 miliardi con il voto unanime di tutti i parlamentari presenti.

So che due parlamentari sono risultati positivi al tampone, prendiamo tutte le precauzioni necessarie, vagliamo tutte le possibilità che il regolamento ci offre, facciamo tutti tampone, chi ha timore resti a casa, ma sospendere il Parlamento è sospendere la democrazia.
E la democrazia è un bene prezioso quanto i servizi essenziali che in questi giorni rimangono aperti. È il luogo privilegiato dove la comunità si riconosce e ritrova il senso del bene comune.

Una comunità in momenti come questi si riconosce nelle sue istituzioni e la politica deve dimostrare il suo valore: essere al servizio del popolo.
Molti in questi tempi dicono: facciamo come la Cina.
Volete il segretario generale del partito unico?
No, grazie.

(La mia lettera al direttore de Il Foglio, pubblicata ieri)