La politica non aggiunga incertezza. La mia lettura della lezione di Draghi

Io non so se Mario Draghi assumerà in futuro ruoli politici, ne voglio “tirarlo per la giacca”, certo è che chiunque attualmente li ricopra dovrebbe leggere attentamente il suo discorso al Meeting di Rimini, comprenderne l’analisi, ascoltarne i suggerimenti. Sin dal primo, quel sentito ringraziamento agli organizzatori del Meeting e all’esperienza che lo esprime: “L’invito che mi avete fatto – ha detto – mi rende partecipe della vostra testimonianza di impegno etico”, un impegno che, in una situazione di insicurezza paralizzante, nelle difficoltà rafforza le sue ragioni e aumenta di intensità. Non è una captatio benevolentiae dell’ospite, è un riconoscimento per tutti coloro, non solo il Meeting e Cl, che nella crisi generata dalla pandemia non si sono fatti dominare dall’incertezza – come dirà verso la fine del suo intervento – ma hanno cercato di dominarla non abbandonando i principi del loro impegno. Primo messaggio: non assecondare il clima di incertezza che questa crisi determina. “La politica economica non aggiunga incertezza”.

Secondo messaggio, il cuore del suo discorso: ai giovani non possono bastare i sussidi, pur necessari nell’immediato, “ai giovani bisogna dare di più”. Che cosa sia questo di più l’ha detto chiaramente: a causa della pandemia abbiamo creato debito pubblico “senza precedenti”, è un debito tutto sulle spalle di chi adesso è giovane, dobbiamo dotarli degli strumenti adatti ad affrontarlo. E questi strumenti sono: educazione, formazione, preparazione professionale. Il rischio che corriamo – il richiamo è stato molto drammatico – è una distruzione simile a quella della seconda guerra mondiale, allora fu la distruzione del capitale fisico, oggi potrebbe finire distrutto il capitale umano.

Essendo uomo di visione, Draghi ha spiegato in che contesto avviene tutto ciò, ha fatto un parallelo con gli anni Settanta del secolo scorso, un decennio di grande incertezza, gli anni dell’aumento dell’inflazione, della disoccupazione e della perdita di valore della lira. Ha richiamato i grandi che si videro a Bretton Woods nel 1944 e iniziarono a pensare a guerra non ancora finita, al futuro, dando vita a Fondo monetario internazionale. Ha ricordato De Gasperi che, prima ancora, nel 1943, poneva le basi del futuro dell’Italia. “La sua riflessione sul futuro incominciò ben prima che la guerra finisse” ha di nuovo sottolineato. Il futuro, insomma, bisogna pensarlo da subito, non si può aspettare la fine della pandemia o la scoperta del vaccino, “una società non può vivere senza speranza”. Per questo è importante come investiamo il debito che stiamo creando. C’è un debito buono: investimenti in capitale umano, in infrastrutture, in ricerca… E c’è un debito cattivo, improduttivo. Non ho molto da aggiungere se non che sono totalmente d’accordo.

Abbiamo una sola possibilità: tornare alla crescita. La crescita è un’altra condizione della sostenibilità del nostro debito. La crescita disperde l’incertezza, servono allora riforme profonde e politiche economiche a favore di famiglie e imprese che siano efficaci e credibili, cioè sostenibili nel tempo. Certo, ha elencato Draghi, digitalizzazione, smart working… ma c’è “un settore essenziale per la crescita”, ha voluto ridirlo, semmai non si fosse compreso: “L’istruzione e l’investimento nei giovani” perché “privare i giovani del futuro è una delle più gravi forme di disuguaglianza”.

A un certo punto Draghi ha citato un suo discorso agli studenti dell’Università Cattolica, discorso che conosco bene perché ne ho fatto oggetto di una scuola di politica per giovani. Quali sono le virtù di un policy maker? si chiedeva allora e ha ripetuto al Meeting. Conoscenza (decidere in base ai fatti e non alle proprie convinzioni), coraggio (decidere anche quando non si hanno tutti gli elementi che si desidererebbero, perché anche l’inazione ha conseguenze) e umiltà (rispondere a un preciso mandato, quello per cui si è stati scelti). Allora non immaginava – ha detto – quanto presto i leader politici darebbero stati chiamati a dare prova di queste virtù. Servono allora più trasparenza e condivisione, maggiore trasparenza nelle azioni di governo e il coinvolgimento di tutta la società nel compito di costruzione del futuro. A livello europeo, ma soprattutto a livello nazionale.

Sull’Europa Draghi non ha dubbi, anche se non ha risparmiato critiche: c’è un’affermazione collettiva di valori da ritrovare, ci sono tensioni tra i Pesi europei, la solidarietà non è stata spontanea ma frutto di negoziati. Abbiamo necessità di un’Europa forte e stabile, che è l’Europa che ci ha assicurato il più lungo periodo di pace della nostra storia. Abbiamo in questi mesi fatto un passo avanti, il metodo intergovernativo che ci ha frenato negli ultimi anni ha ceduto il passo ed è tornata la centralità della Commissione, speriamo siano passi verso la costituzione di “un ministero del Tesoro comunitario”, che potrà dare vera stabilità al sistema.

Draghi non condivide il pensiero di chi dice che i cambiamenti dell’Unione europea sono temporanei: “Il progetto europeo ha un’evoluzione graduale” e anche “prevedibile” ha voluto aggiungere. Prevedibile – così ho capito io e così vorrei intendessero i miei colleghi di tutti i partiti – non vuol dire scontata, vuol dire che bisogna prevederla. “Il miglior modo per trovare la direzione del presente – ha concluso Draghi – è disegnare il tuo futuro”. Sono ancora una volta d’accordo.

 

Pubblicata su formiche.it il 19/08/2020